La guerra del Politicamente corretto alla Libertà di espressione

Dopo gli attentati di matrice islamica, in Europa si va diffondendo l’idea politicamente corretta che sia giusto restringere la libertà di espressione per proteggere i sentimenti religiosi. Ma quali conseguenze può portare?


“Charlie Hebdo resta libero di fare dell’umorismo quando vuole, come noi siamo liberi di non ridere.”

Così parlò Hugo Poliart, blogger e scrittore belga, per commentare le polemiche nate sui social network dopo la pubblicazione in anteprima della copertina che il settimanale satirico francese Charlie Hebdo ha dedicato agli attentati terroristici di Bruxelles.

La copertina ha come sfondo una bandiera belga su cui è raffigurato il cantante Stromae che pronuncia la frase “Papà dove sei?” (che è il titolo di una sua canzone). A questa domanda pezzi di corpi mutilati rispondono “Qui”, “”, “qua”, sotto la scritta “Il Belgio disorientato”.  Molti lettori l’hanno definita volgare, irrispettosa e sfrontata.

Facile prendersela con Charlie Hebdo ma è innegabile che la testata sia rimasta sempre coerente alla propria linea editoriale di massima irriverenza verso tutti, senza sconti. Charlie Hebdo può avere uno stile criticabile ma siamo sicuri che la via giusta sia limitare la libertà di espressione?

Allora “come reagire all’umorismo della copertina di Charlie Hebdo?”, si chiede Hugo Poliart, “uff…non possiamo nemmeno sparargli in testa, lo hanno già fatto”.

 

Charlie Hebdo Bruxelles attentati alla libertà di espressione

 

Una possibile reazione non può essere la limitazione della libertà di espressione. In un recente articolo pubblicato dalla National Secular Society (tradotto in italiano dall’UAAR) si evidenzia che in Gran Bretagna si sta facendo strada nell’opinione pubblica l’idea che sia indispensabile ridurre la libertà di espressione nei confronti dei temi religiosi.

Stephen Evans, responsabile dell’organizzazione umanista, esprime la sua preoccupazione:

il concetto di offesa, e la violenza che talvolta lo accompagna, ha creato un effetto agghiacciante sulla libertà di espressione. Mentre ogni tipo di fanatismo dovrebbe essere combattuto con vigore, non bisogna però iniziare a sacrificare le libertà fondamentali per proteggere i ‘sentimenti religiosi”, aggiunge.

Invece si crede, anche nel nome del politicamente corretto e per una distorta concezione di “rispetto” verso una cultura (strumentalmente identificata con la religione), che restringere la libertà di espressione “migliori la coesione sociale.

Ma limitare la libertà di espressione può davvero far progredire la coesione sociale? Per rispondere a questa domanda, prendiamo in prestito un piccolo estratto dal capitolo 8 del libro Arabi senza Dio, “Il diritto di offendere, colpire e turbare”:

Secondo la Corte europea dei diritti dell’uomo, la domanda di pluralismo, tolleranza e apertura mentale è così grande – almeno, nelle società democratiche – che la libertà di espressione deve essere protetta anche quando provoca offesa. In una sentenza storica del 1976, la corte ha deciso che

 

la libertà di espressione vale non solo per le idee “accolte con favore o considerate come inoffensive o indifferenti, ma anche per quelle che offendono, colpiscono o turbano lo stato o qualsiasi settore della popolazione”.

 

Si tratta di un punto di vista che molti musulmani e la maggior parte dei governi arabi rifiutano categoricamente. Per quanto li riguarda, le persone religiose hanno bisogno di essere protette dalle osservazioni che causano offesa o le espongono al ridicolo.

Ma se questo principio fosse stato applicato in passato, molti dei più importanti pensatori e scrittori della storia islamica sarebbero stati arrestati. Volerlo applicare oggi dà come risultato solo una serie di pratiche discriminatorie e, visto che è sufficiente che qualcuno sostenga di essere stato offeso, crea l’occasione per dei regolamenti di conti, nei tribunali o per le strade, e spesso per questioni estremamente banali.

Pochi anni dopo che la Corte europea aveva pronunciato la sentenza sul diritto di offendere, un’organizzazione musulmana conosciuta come Consiglio islamico d’Europa si stava muovendo nella direzione opposta. Nel 1981 ha promosso la dichiarazione islamica dei diritti universali dell’uomo che, tra le altre cose, diceva che a nessuno dovrebbe essere permesso di “usare disprezzo o derisione verso le credenze religiose altrui”, “incitare all’ostilità pubblica contro le credenze religiose degli altri” o “alla mancanza di rispetto dei sentimenti religiosi altrui”. In altre parole,

 

la dichiarazione islamica cercava di conferire uno status di protezione speciale alle convinzioni religiose in quanto distinte da altre forme di convinzione. Sostituite in questa dichiarazione la parola “religiose” con “politiche” e la questione diventa più chiara: l’effetto sul dibattito pubblico diventerebbe opprimente.

 

Con un’ironia del tutto involontaria, la dichiarazione islamica cercava anche di vietare la diffusione della “menzogna” – nel qual caso gli atei potrebbero ben sostenere che anche la religione dovrebbe essere vietata.”

 

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La guerra del Politicamente corretto alla Libertà di espressione ultima modifica: 2016-03-31T15:07:30+00:00 da Corpo60
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